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Il femminismo porta ottimismo. Dà l’opportunità di creare un cambiamento

Carlotta Invrea

Cos’è il femminismo? Sarebbe più adeguato parlare di “femminismi”? Forse sì…

Il femminismo è sfaccettato, è un’etichetta che viene spesso accompagnata da un aggettivo qualificativo come “nero”, “socialista”, “liberale”, “radicale” o “internazionale”, è un desiderio attivo di cambiare la condizione della donna nella società.

La parola “femminista” è stata per tanto tempo usata per denigrare le donne come odiatrici di uomini, arcigne e poco femminili.

Marie Shear definisce il femminismo come un’idea e come “la nozione radicale che le donne sono persone”. Il femminismo può essere anche concepito come un “movimento per mettere fine al sessismo, allo sfruttamento e all’oppressione sessista”, oppure ancora come un quadro teorico, quello che la filosofa Nancy Hartsock ha descritto come “una modalità di analisi, un modo di porre domande e creare risposte”.

Il femminismo come idea è molto più antico del movimento politico, nato agli inizi del XVIII secolo, quando i moti rivoluzionari accolsero e misero in pratica idee filosofiche sui “diritti dell’uomo”.

Secondo Deborah Cameron il femminismo è una “filosofia che agita dal profondo l’essere e la storia delle nostre civiltà”.

Se si pensa agli slogan come “partire da sé” o “il personale è politico”, si può cogliere più a fondo l’ideologia di base. E questo in fondo non richiama anche un po’ i principi di base del Counseling?!

Quando si parla di uguaglianza c’è da chiedersi se questo atteggiamento significhi trattare tutti e tutte allo stesso modo o piuttosto non trattare tutte allo stesso modo…

Le donne hanno avviato con il femminismo una riflessione su di sé nella direzione delle trasformazioni di quei totem culturali che si sono insediati nelle loro teste, abitudini e usi sociali e privati.

Nel romanzo “Ragazze elettriche” del 2016, Naomi Alderman immagina un mondo futuro in cui le donne sono il sesso dominante e dove viene universalmente ritenuto che lo siano sempre state. Ciò che accade agli uomini, in questo romanzo, non è peggiore di quello che accade alle donne nel mondo reale. Quello che emerge da questo testo e che ci apre gli occhi sulla realtà attuale è che la dominazione maschile riguarda le strutture sociali più che gli atteggiamenti, e i singoli uomini possono scegliere di rinunciare ad alcuni diritti e privilegi senza intaccare la dominazione strutturale.

Se un tempo, si sa, la società era basata su regole matriarcali, viene da chiedersi da quando e perché ad un certo punto il sistema si sia capovolto per arrivare al patriarcato.

Pare che la prima spiegazione più autorevole sia stata quella proposta da Friedrich Engels nel suo libro “L’origine della famiglia, della proprietà e dello stato” del 1884. Qui emerge l’approccio marxista secondo il quale “il movente essenziale e decisivo, nella storia, sta nella produzione e nella riproduzione della vita immediata”.

Secondo Engels questo comprendeva la produzione delle sussistenze e la procreazione allo stesso tempo, che spostano quindi l’attenzione sull’uomo, dandogli così un ruolo più importante.

La legge dava agli uomini potere sulle mogli e per la maggior parte delle donne non c’erano alternative al matrimonio, poiché erano escluse da tipologie di lavoro retribuito, che avrebbero permesso loro di mantenersi da sole. La diseguaglianza economica determina, purtroppo ancora oggi, alcune scelte delle singole donne.

La Rivoluzione industriale ha cambiato la situazione. Gradualmente la maggior parte della produzione si è spostata dall’ambiente domestico a fabbriche e stabilimenti, dove uomini, donne e bambini svolgevano lavoro salariato. Molte donne entravano a far parte della forza lavoro dell’industria ma i loro stipendi erano sempre più bassi di quelli degli uomini, e questo creava conflitto.

Gerda Lerner, nel suo libro “The Creation of Patriarchy” del 1986, si dimostra d’accordo con la teoria di Engels ma aggiunge che, secondo lei, gli uomini trasformarono le donne, insieme ai figli, in proprietà.

Le femministe contestano anche il fatto che le donne non hanno la stessa libertà sessuale degli uomini. Quello che un tempo era proibito a donne e ragazze è ora quello che ci si aspetta da loro, e ciò a cui troppo spesso vengono costrette. Questa forma di dominazione maschile è fondamentale per il mantenimento del potere patriarcale moderno e, come tale, è diventato un punto chiave sempre più palese dell’attivismo politico femminista.

Per arrivare a questo, troppo spesso le donne stesse hanno accettato la condizione di subordinazione come naturale e uno degli scopi dei movimenti femministi è quello di capovolgere questo modo di pensare.

Le fonti convenzionali concordano: il femminismo riguarda i “diritti delle donne sulla base della parità dei sessi”, ma anche dove i fatti dimostrano che la condizione delle donne sta migliorando, i passi avanti appaiono terribilmente lenti.

Il vecchio modello dell’uomo lavoratore che mantiene moglie e bambini con un “salario familiare” è diventato sempre più distante dalla realtà della maggior parte delle persone, ma rimane forte nell’immaginario culturale.

La parola “donna” non denota solo una categoria biologica ma soprattutto una sociale. Da qui l’affermazione di Simone de Beauvoir, nel suo libro “Il secondo sesso”: “donna non si nasce, si diventa”.

La femminilità non è solo un costrutto culturale ma a vera e propria imposizione culturale, ovvero un insieme di aspettative, disposizioni e divieti che vengono fatti rispettare attraverso un sistema di premi e punizioni.

Il concetto di “femminilità” è strettamente legato a quello di “sessualità” fino ad arrivare al tema del porno. Ciò che le femministe che si oppongono alla cultura del porno criticano non è la pornografia in sé ma la normalizzazione dell’industria del sesso più in generale.

Molte femministe sostengono il cosiddetto “modello nordico”, chiamato così perché è stato avviato in Svezia e adottato anche da Norvegia e Islanda, nel quale la legge proibisce l’acquisto di servizi sessuali e decriminalizza l’atto di venderli. L’obiettivo è sia trasferire le sensazioni giuridiche associate al commercio del sesso dalle prostitute agli acquirenti, sia ridurre nel complesso la richiesta. Il modello prevede anche supporto a coloro che sono coinvolte nella prostituzione e consente loro di smettere, se lo vogliono.

Altre femministe non sono d’accordo con questo modello ritenendo che la donna è libera di scegliere di svolgere la professione della prostituzione, così come di fruire di materiale pornografico esattamente come fanno gli uomini.

Le donne sono soggetti sessuali autonomi e dovrebbero essere trattate come tali, non come oggetti da usare per il piacere o il profitto di altri. Le donne dovrebbero essere libere di esprimere la loro sessualità, senza essere ridotte alla loro sessualità o definite esclusivamente in termini sessuali. I loro desideri dovrebbero essere importanti e i loro limiti rispettati. Per quanto queste richieste possano sembrare semplici, ancora oggi sono richieste radicali”.

Anche nel campo della cultura, se ci guardiamo indietro negli anni e nei secoli, sembra che i grandi pensatori/artisti siano stati solo uomini, quando in realtà non è certamente così.

Nella sfera della scienza, ad esempio, da non dimenticare ci sono donne come Caroline Herschel (astronoma tedesca del XVIII secolo, prima donna a divenire membro onorario della Royal Society), Mary Anning (raccoglitrice di fossili e paleontologa), Ada Lovelace (pioniera nello sviluppo del computer), Nettie Stevens (biologa statunitense che, nel 1905, identificò il ruolo dei cromosomi X e Y nella determinazione del sesso), Lisa Meitner (fisica nucleare austriaca che a metà del XX secolo scoprì la fissione del nucleare), Jocelyn Bell Burnell (astrofisica, premio Pulizer nel 1960) e Katherine Johnson (matematica della Nasa, la cui storia è stata raccontata nel film “Il diritto di contare”).

E queste sono solo alcune delle donne che hanno fatto la storia…

Nel caso delle scienziate, un tema ricorrente è “l’effetto Matilda”, una tendenza ad accreditare le conquiste delle donne agli uomini con cui lavoravano.

Nel libro “Note dal silenzio. Le grandi compositrici dimenticate della musica classica”, Anna Beer parla non solo di alcune donne delle quali conosciamo il nome perché legate a famosi compositori, ma cita anche donne importanti nell’ambiente musicale come Francesca Caccini, Elisabeth Jacquet e Marianna Martines.

Nelle arti, un modo comune per svilire il lavoro delle donne è relegarle nella categoria di “minori”, nella critica letteraria i libri delle donne sono spesso trattati come se fossero loro stessi donne, e nel cinema “lo sguardo maschile” diventa il modo di guardare di default…

Oggi i principi del femminismo hanno raggiunto una diffusione globale: la loro influenza viene percepita in qualche modo in quasi tutte le società contemporanee, incluse quelle che ancora negano alle donne i diritti e le libertà basilari.

Laurie Penny, giornalista e scrittrice femminista britannica, che concepisce il femminismo non solo come un movimento per porre fine all’oppressione delle donne e alla dominazione degli uomini, ma anche come un movimento di liberazione per tutti dal rigido sistema binario di genere, afferma che: “Non voglio vedere un mondo senza genere. Voglio vedere un mondo in cui il genere non sia oppressivo o imposto, in cui ci siano tanti modi di esprimere, interpretare e rapportarsi con la propria identità quante sono le persone sulla Terra. Voglio un mondo in cui il genere non sia doloroso ma gioioso.

Giornalista e Counselor in formazione, sono una persona curiosa e amante dei viaggi nel mondo che ci circonda e in quello interiore. I miei studi umanistici e artistici mi hanno regalato la convinzione che l’arte in tutte le sue declinazioni possa essere una terapia efficace e un mezzo straordinario per la crescita personale, argomento a me caro da sempre
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