Skip to main content

Accade spesso di trovarmi a parlare con persone che mi chiedono in cosa consista la mia professione di counselor relazionale, o con altre che, pur avendola sentita nominare, non ne conoscono il campo d’impiego, l’approccio, tantomeno l’efficacia.

La parola counseling deriva dal verbo latino consulo, “aver cura di”, “venire in aiuto di”. Si tratta di una professione di aiuto basata sull’empatia, avente come obiettivo l’autonomia di una persona che, in un momento particolare della sua vita, avverta di trovarsi in una situazione delicata di disagio e riconosca di aver bisogno di un sostegno per superarla.

La relazione è lo strumento di lavoro per eccellenza del counseling. Al centro della relazione di aiuto c’è l’essere umano, non paziente ma cliente, cioè un individuo protagonista e responsabile del proprio percorso di crescita. Il counselor si presenta come un esperto in relazioni e comunicazione efficace, dove per comunicazione si intende un ponte tra sé e la propria interiorità, tra se stessi e gli altri, dunque un mezzo per arrivare a mediare e a risolvere pacificamente i conflitti interiori e interpersonali. Possiamo, infatti, pensare all’essere umano come costituito interiormente di tanti aspetti, tante parti che, come fossero persone a se stanti, hanno proprie caratteristiche, interessi, bisogni. Il conflitto (dal latino cum fligo, urtare con) nasce nella dimensione relazionale in cui ognuna di queste vuole mantenere le sue posizioni, indipendentemente da quelle dell’altra. Da una prospettiva neutrale, fornendo un ambiente protetto, il setting, il professionista si pone in ascolto delle parti facilitandone il riconoscimento, l’accettazione e la comprensione da parte del cliente, aiutandolo ad aiutarsi.

Negli incontri il professionista diventa un facilitatore nel processo di trasformazione, sollecitando risorse già presenti nella persona e sostenendola con fiducia durante il percorso. Non a caso uso il termine trasformazione, e non cambiamento. Trasformazione (da trans oltre, al di là, e forma aspetto) indica un mutamento nella forma, nell’aspetto esteriore e non nella sostanza, come vorrebbe invece un cambiamento. Nessuno può diventare altro da sé, ma, prendendo in prestito un detto sufi per indicare la parentela tra personalità ed essenza, è possibile “Diventare ciò che eri prima di essere, con il ricordo e la comprensione di ciò che sei diventato”.

L’obiettivo del counseling è l’autonomia del cliente: aiutarlo a rendersi artefice della propria vita, responsabile nelle sue scelte, a migliorare le relazioni con altre persone, ad avere fiducia in se stesso, nelle proprie risorse e nella sua capacità di farne buon uso.

Un percorso di counseling, trattando disagi specifici e avendo obiettivi precisi, è un processo breve che si sviluppa in un tempo definito e circoscritto in massimo dieci incontri. È rivolto a persone che rientrano nella sfera della “normalità”, e non può trattare problemi o persone che possono ricondursi nell’ambito della patologia.

Si rivolge a singoli, a coppie, a gruppi. Opera in ambito privato e pubblico, in ambiente scolastico, sanitario, aziendale, favorendo il miglioramento di competenze comunicativo-relazionali, abilità decisionali, rafforzando l’autostima.

Anche se forme di counseling sono rintracciabili già intorno alla fine del 1800, in particolare nella sua connotazione di facilitazione di processi decisionali, è con l’avvento della Psicologia Umanistica che si definisce così come lo conosciamo oggi.

La Psicologia Umanistica, detta anche “Psicologia della terza forza”, si sviluppa negli Stati Uniti intorno agli anni ’60, in contrapposizione ai due movimenti precedenti, il Comportamentismo o “prima forza”, e la Psicoanalisi o “seconda forza”. Entrambe le correnti avevano una concezione dell’essere umano, per così dire, semplificata e limitante. Per la prima l’individuo era considerato una sorta di macchina regolata dalla funzione stimolo-risposta, e di cui poteva essere studiato esclusivamente il comportamento osservabile oggettivamente e non la dimensione interiore. Per la seconda l’uomo era visto come determinato da forze inconsce, da pulsioni, che lo dominavano.

Con la Psicologia Umanistica, la concezione dell’essere umano si arricchisce del suo imprescindibile mondo interiore, con i suoi sentimenti, le sue emozioni, i suoi personali valori, i suoi desideri. L’attenzione è ora posta non sugli accadimenti esterni, ma su come la persona si relaziona ad essi, su ciò che sente, sul suo personale modo di leggerli.

Fondatori e massimi esponenti della Psicologia Umanistica sono Abraham Maslow, Carl Rogers, Rollo May.

In particolare Carl Rogers, nel suo libro “Terapia centrata-sul-cliente”, definisce quelle che sono le caratteristiche fondamentali di un counselor affinché si abbia una trasformazione della personalità del cliente.

Esse sono:

1.  la congruenza personale, ossia la sua autenticità: il counselor non interpreta un ruolo, non indossa una maschera, egli ha “il coraggio di essere”, di manifestare coscientemente emozioni e sentimenti che sperimenta interiormente nel momento stesso in cui le sperimenta;

2.  l’empatia (dal greco in, dentro e pathos, emozione), ossia la capacità di “sentire il mondo più intimo dei valori personali del cliente come se fosse proprio, senza però mai perdere la qualità del “come se[3];

3.  considerazione positiva, cioè un amorevole e sincero interessamento alla persona, così com’è;

4.  accettazione incondizionata: il counselor accoglie il cliente pienamente, senza riserve e senza alcuna forma di giudizio.

A queste si aggiunge l’abilità di far percepire queste qualità alla persona per farla sentire compresa profondamente, condizione necessaria perché si dia l’avvio ad una trasformazione.

Affinchè un counselor possa esercitare efficacemente ed eticamente la sua professione di aiuto è fondamentale che non smetta mai di essere anche cliente, pronto a guardarsi dentro, a mettersi in discussione, a tendere naturalmente verso la sua realizzazione come individuo, spinto come ogni essere umano, da quella che Carl Rogers chiama “tendenza attualizzante”. D’altra parte non potrebbe essere altrimenti: il suo lavoro inizia da un ascolto attivo della persona che chiede il suo intervento. Il rischio di un ascolto attivo è quello di veder contagiare il proprio mondo interiore da quello dell’altro, di perdere momentaneamente il proprio equilibrio. Nel rischio anche le risorse: la crescita continua, l’espansione della coscienza, l’evoluzione.

  • Ultimi Articoli
Flavia Di Muzio
Flavia Di Muzio

Counselor Relazionale Media-Comunicativo ed esperta in comunicazione efficace. Il mio lavoro è “accompagnare” le persone nel viaggio dentro se stesse alla ricerca delle proprie risorse, e sostenerle nella conquista della propria autonomia. Lavoro soprattutto con genitori che desiderano migliorare la relazione con i propri figli, e con le coppie che attraversano momenti di disagio e vogliono intraprendere un cammino di crescita interiore per trasformare la loro relazione.

Vai alla mia pagina

 

Leggi tutti i miei articoli
×
Flavia Di Muzio
Flavia Di Muzio

Counselor Relazionale Media-Comunicativo ed esperta in comunicazione efficace. Il mio lavoro è “accompagnare” le persone nel viaggio dentro se stesse alla ricerca delle proprie risorse, e sostenerle nella conquista della propria autonomia. Lavoro soprattutto con genitori che desiderano migliorare la relazione con i propri figli, e con le coppie che attraversano momenti di disagio e vogliono intraprendere un cammino di crescita interiore per trasformare la loro relazione.

Vai alla mia pagina

 

Leggi tutti i miei articoli
Latest Posts
  • amore amare essere amati counseling
  • ralentare e goderci il viaggio
  • La comunicazione del cuore per una genitorialità responsabile
  • La generosità: eccesso e ricchezza

Autore

Lascia una Risposta