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Una buona etica della relazione d’aiuto prevede che l’operatore faccia i conti con il proprio sistema esistenziale, valoriale, percettivo ed umano. Per dirla con una parola tanto in voga ultimamente, con il proprio mindset. E  che tutto questo sistema incontri quello della persona che chiede aiuto. Incontri, dicevo, quindi non soverchi, manipoli, giudichi, e via dicendo.

Per fare in modo che questo non accada, è necessario che l’operatore abbia continuamente una doppia visione: da un lato deve tener conto di quanto sta percependo, comprendendo, sentendo lui, dall’altro è necessario che non perda mai di vista cosa sta accadendo tra sé e l’altro, e non perda l’attenzione su cosa l’altro sta manifestando. L’etica della relazione è il focus e il baricentro su cui poggiare.

Mi spiego meglio con un esempio:

Giuseppe dice: “mia moglie mi tradisce”, serra la mascella e distoglie lo sguardo.

Questo è un “fatto”, cioè quello che sta succedendo. In realtà il fatto è molto di più di questo, perché nessuno sa cosa Giuseppe pensi, cosa stia sentendo, che significato abbia nella sua vita, ecc. tranne Giuseppe stesso.

Aggiungo che moltissimi altri “fatti”, ci stanno sfuggendo, perché magari non ci siamo accorti che si è irrigidito sulla sedia, che le sue mani si sono aperte e poi chiuse di scatto ecc. ecc.

Ci sono attimi di silenzio.

Il silenzio è un fatto, mentre cosa significhi e cosa rappresenti questo silenzio è diverso per il counselor e per Giuseppe. Questo è quello che succede “tra”. Quello che succede “tra”, è una co-costruzione. Ed è responsabilità di entrambi, ma non in maniera paritaria: è dell’operatore la responsabilità maggiore perché è qui, proprio qui, “TRA”, che si costruisce la relazione d’aiuto. Qui si costruisce quello che Martin Buber chiama la relazione tra un Io e un Tu, che è profondamente diversa da quella tra un Io e un Esso.

In “tra” si incontra il mindset dell’operatore e quello della persona che chiede aiuto. Cosa significa? Significa che l’operatore deve avere molto chiaro che l’unica cosa che può conoscere con una certa chiarezza è quello che sta percependo, capendo, intuendo lui. Tutto il resto sono opinioni, cioè cose che forse sono vere, forse sono verosimili, forse sono del tutto fasulle.

 

Il counselor sente fastidio e paura, pensa: “mia moglie non mi tradirà mai”.

Questi sono fatti. Ma anche questi fatti sono molti di più! Quanto il counselor è in contatto con sé stesso? Quanto è preoccupato di fare bene? quanto si sente comodo/scomodo? Che cosa evoca questa situazione in lui? Potrei continuare a lungo.

Che cosa voglio dire con tutto questo? Il succo di tutto questo discorso, al di là della pura accademia teorica, è che spesso, molto più spesso di quanto ci piaccia ammettere, confondiamo i fatti con le opinioni. Quando questo accade succede che, invece di aiutare la persona che chiede aiuto, tendiamo a manipolare il nostro interlocutore al solo scopo di sentirci bravi, capaci, intelligenti, sensibili, e via discorrendo. Quando capita questo, la relazione cessa di essere etica e rispettosa e diviene solo un mezzo per aumentare il narcisismo del counselor. Per dirla con Buber: non c’è un incontro tra un Io e un Tu, ma un uso strumentale tra un Io ed un Esso.

Il counselor, e, naturalmente tutti gli operatori della relazione d’aiuto, dovrebbero tener conto di questo in ogni singolo incontro per evitare che la nevrosi del counselor (che mai smette di essere alimentata), sia il più possibile tenuta in conto e che perlomeno l’operatore non smetta mai di dubitare circa ciò che ha capito, intuito, percepito, ecc.

Anche se si ha una formazione che prevede l’uso di interpretazioni, è necessario che l’operatore sia comunque in grado di mettere in dubbio le interpretazioni che formula. Il rischio è che, se non lo fa, vada alla ricerca della prova che lui abbia ragione, e che quindi la relazione si trasformi in una specie di caccia al tesoro, con buona pace della qualità della relazione stessa e della sua etica.

In definitiva l’altro non ci deve nulla, se non il nostro onorario. Non è lì per noi. Siamo noi che siamo lì per lui.

Inutile nascondere quanto questo concetto sia chiaro in teoria e nebuloso in pratica.

Questo è il cuore etico e professionale di una relazione d’aiuto e ciò che la differenzia da qualsiasi altra relazione. Affettiva e non.

 

 

 

 

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Alina Buonadonna
Alina Buonadonna

Sono una Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento Fenomenologico Esistenziale e Gestalt. Continuo a formarmi e negli anni ho acquisito diverse altre specializzazioni: Counsellor, EMDR pratictioner e Psicotraumatologia, Costellazioni Familiari, Body Work. Lavoro con le persone bloccate in una vita che non gli piace, qualunque sia la gravità della loro situazione, con particolare attenzione agli operatori della relazione d’aiuto, di cui sempre più spesso mi occupo in ambito formativo e di supervisione.

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Sono una Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento Fenomenologico Esistenziale e Gestalt. Continuo a formarmi e negli anni ho acquisito diverse altre specializzazioni: Counsellor, EMDR pratictioner e Psicotraumatologia, Costellazioni Familiari, Body Work. Lavoro con le persone bloccate in una vita che non gli piace, qualunque sia la gravità della loro situazione, con particolare attenzione agli operatori della relazione d’aiuto, di cui sempre più spesso mi occupo in ambito formativo e di supervisione.

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